Categories
Le storie

“E vieni in un tendone al freddo e al gelo”: Gesù è tra noi ma preferiamo ignorarlo

A woman fixes her tent as children stand inside at a makeshift camp sheltering displaced Palestinians after heavy rains in the Zeitoun neighbourhood of Gaza City on December 11, 2025.(Photo by Omar AL-QATTAA / AFP via Getty Images)

Ieri sera mi trovavo in chiesa per una funzione religiosa. Davanti a me c’era un bellissimo presepe: il bambinello, Maria, Giuseppe, una piccola capanna di legno, i lavoretti dei bambini del catechismo e una lampada dalla luce calda che contribuiva a enfatizzare la tenerezza trasmessa da quella immagine. Eppure, considerando quanto sta accadendo in questi giorni in un posto poco lontano dal luogo in cui quel bambinello è nato, io di tenero non ci ho trovato proprio niente…o meglio, a una primaria sensazione di tenerezza ne è immediatamente subentrata una di disgusto. Prima che pensiate che io sia l’Anticristo per aver provato insofferenza di fronte a tre statuette di creta, lasciate che mi spieghi.

Nelle ultime settimane abbiamo avuto modo di vedere gli effetti di un’alluvione che ha contribuito a peggiorare le già precarie condizioni delle tendopoli in cui i palestinesi sono ormai costretti a vivere. In ogni fotografia raffigurante una tenda malconcia io ci ho visto un presepe: un modesto rifugio, un bimbo che soffre il freddo, una mamma, un papà. E per ogni volta che la parola “presepe” è risuonata nella mia mente, ho pensato al messaggio di auguri che la Presidente del Consiglio Meloni ha diffuso in occasione di questo Natale: “[…]Il presepe racconta una storia, custodisce dei valori, rende più profonde le radici. […] questo simbolo parla di dignità, di responsabilità, di rispetto della vita, di attenzione ai fragili. Sono valori che hanno plasmato la nostra comunità, sono valori che meritano di essere custoditi e non messi da parte per moda o per timore. Siate orgogliosi della vostra identità, del messaggio universale di amore e di pace che porta con sé. E che questo Natale possa regalare a ciascuno un po’ di luce, di calma e di forza. Che possa essere un tempo per ritrovarsi, per guardare avanti con fiducia senza ovviamente dimenticare chi ha bisogno di aiuto e soprattutto senza dimenticare chi siamo”.

Tralasciando i soliti meloniani riferimenti alla nostra identità italiana sotto assedio, non posso non essere d’accordo con le parole della Premier: il rispetto della vita altrui, l’attenzione ai più fragili, il pensiero rivolto a chi ha bisogno di aiuto, oltre ad essere valori che di default dovrebbero appartenerci, sono effettivamente quanto di più bello possa essere simboleggiato proprio da quel presepe. Eppure, a giudicare dal modo in cui camuffiamo il rumore dei bombardamenti con quello dei fuochi d’artificio, sembra che quei valori non ci appartengano più. O forse non ci sono mai appartenuti. Allora qualche domanda mi sorge spontanea: è davvero coerente esporre le statuette della Sacra Famiglia nelle nostre case se non rivolgiamo il nostro sguardo verso le migliaia di famiglie che stiamo abbandonando al loro destino? È davvero sensato compatire un bambino che non siamo certi sia effettivamente esistito per poi ignorarne tanti altri che stanno morendo sotto i nostri stessi occhi?

Perdonatemi se ho provato disgusto per tutta questa incoerenza, ma la verità è che Gesù è proprio qui in mezzo a noi e lo stiamo condannando a morte un’altra volta.