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Il dibattuto discorso di Emanuela Fanelli a Venezia82: il mio punto di vista

La dichiarazione di Emanuela Fanelli a Venezia82; la risposta di Selvaggia Lucarelli e Veronica Gentili.

VENICE, ITALY – AUGUST 27: Festival host Emanuela Fanelli speaks on stage during the the opening ceremony during the 82nd Venice International Film Festival on August 27, 2025 in Venice, Italy. (Photo by Stefania D’Alessandro/WireImage)

C’è un periodo dell’anno, quello compreso tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, in cui lo sguardo dell’Italia (e del mondo) è sempre rivolto a Venezia e alla sua Mostra internazionale d’arte cinematografica, giunta ormai all’ottantaduesima edizione. Come ogni anno, l’attenzione di tutti media non è riservata solo all’arte cinematografica, ma anche alle polemiche che, abbondanti, fanno da contorno a questo prestigioso Festival.  Nemmeno quest’anno le polemiche tardano ad arrivare, ma quella che vede protagonista Emanuela Fanelli, che quest’anno assolve il ruolo di conduttrice (osserviamo per la prima volta l’utilizzo del titolo “conduttrice” e non più il riduttivo e obsoleto “madrina”…ma su questo punto ci ritorneremo dopo)  di Venezia82, non è solo una polemica, non è un mero pettegolezzo da bar, ma è qualcosa di molto, troppo più importante: l’attrice e comica ha rivelato ai microfoni di SkyTg24 di aver deciso, in occasione del suo discorso di apertura della Mostra, di non citare esplicitamente Gaza e l’inumano trattamento riservato al popolo palestinese, massacrato dalle bombe di Israele e dal nostro silenzio. Ecco le parole con cui Fanelli ha giustificato questa sua scelta: “Siccome in questo momento di bello c’è veramente poco e stare qua è un cortocircuito, io lo avverto questo cortocircuito, perché stiamo e saremo domani in mezzo alla bellezza, ad arte, ma anche alla leggerezza, al glamour con le pagelle dei vestiti […], è un po’ imbarazzante stare qui; quindi, io parlerò a modo mio di questo momento e di come il cinema può migliorare le persone. Non dico una frase, magari slogan, ma solo perché a me imbarazzerebbe in quel momento trovarmi lì con questo vestito molto costoso, con dei gioielli costosissimi e dire questa frase che mi sembrerebbe che possa servire più a me che alla causa in sé…e poi, sinceramente, quanto mi metterei a letto nella mia suite dell’Excelsior, non è che mi sentirei una grande rivoluzionaria. Quindi, alla manifestazione [Venice4Palestine, sabato 30 agosto n.d.r.] certo che ci vado, e ci vado come privata cittadina che partecipa e che sposa la causa e il dolore per questo orrore a cui stiamo assistendo, però, ecco, ne parlerò a modo mio”.

Inutile dire che queste parole hanno spaccato a metà l’opinione pubblica: molte le persone d’accordo con Emanuela Fanelli, moltissime quelle che hanno espresso il loro disappunto; tra queste ultime c’è la scrittrice e blogger Selvaggia Lucarelli che ha così commentato la dichiarazione della conduttrice: “Pensavo fosse uno dei suoi personaggi di Una pezza di Lundini, invece era proprio lei, Emanuela Fanelli. Non so se mi imbarazza di più quel toccarsi i capelli e il dito compulsivamente alla parola “PALESTINA” a mo’ di riflesso pavloviano, o se quella parte in cui dice che non parlerà di Gaza davanti a tutto il mondo, ma andrà alla manifestazione da privata cittadina. Perché è così imbarazzante parlare di queste cose ben vestita e ingioiellata a Venezia. Bene. In effetti di sue precedenti prese di posizione su Gaza, con semplice bigiotteria e una canotta Oviesse, è pieno così. Bastava dire ‘Non parlerò di Gaza per evitare casi diplomatici e perché voglio continuare a fare l’attrice senza perdere opportunità’ (che poi è quello che hanno fatto tutti i suoi colleghi, con rare eccezioni, e che dopo 60.000 morti firmano letterine sdegnate ma in gruppo eh, così li si nota di meno). Che pavidità. E che delusione.”. Poche ma caustiche parole, alle quali Fanelli ha prontamente risposto prendendo in prestito le parole del grande Massimo Troisi: “Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu”.

Ora, posto che il punto della questione non è il pungente scambio di battute tra la scrittrice e l’attrice, ma il pensiero che v’è dietro, né tantomeno capire da che parte stia Emanuela Fanelli, visto che è chiaro che è dalla parte del popolo palestinese, sorgono spontanee delle domande: sarebbe stato inopportuno citare Gaza nel suo discorso di apertura della Mostra? Sarebbe stata lei ipocrita a farlo vestita di abiti costosi e circondata da tanto lusso mentre i civili palestinesi lottano ogni giorno per la sopravvivenza? Nello sciogliere i nostri dubbi, possono essere di aiuto le parole della giornalista e conduttrice Veronica Gentili che, in risposta a quanto detto dalla conduttrice di Venezia82, dichiara: “Stimo Emanuela Fanelli, credo sia una bravissima attrice, e sono convinta sia una donna sensibile e attenta al mondo che la circonda. Ma sinceramente credo che quando Emanuela dice che non parlerà di Gaza nel suo discorso di apertura del Festival di Venezia, perché teme di sentirsi inopportuna, impreparata e fuori contesto, stia sbagliando.
E c’è una ragione: questo purtroppo non è il tempo dei distinguo.
Non esistono contesti giusti o contesti sbagliati nei quali affrontare la questione di un popolo che viene quotidianamente sterminato.
I morti di Gaza scorrono come i granelli di sabbia di una clessidra che, se non ci sbrighiamo a trovare una soluzione a breve, sarà svuotata del tutto. Quello che la società civile sta cercando di fare è una battaglia non solo contro i governi, ma contro il tempo. Perché ogni giorno che passa le possibilità che la Palestina e il popolo palestinese continuino ad esistere diminuiscono. A questo servono le pressioni costanti, incalzanti, a volte ripetitive che artisti, intellettuali, giornalisti, ma non solo, tutte le persone che sono turbate da quello che vedono accadere sotto i loro occhi, esprimono e condividono ogni giorno, tentando di fare pressione, e in questo senso, nulla è più prezioso di un pulpito così prestigioso come quello di Venezia, su cui inevitabilmente sono puntati tutti gli occhi. Porsi il problema dei vestiti e dei gioielli che si indossano e farsi lo scrupolo, comprensibile, di apparire inadeguati perché non si è degli esperti di geopolitica è, in realtà, un falso problema perché qui il punto non è giudicare l’idoneità di Emanuela Fanelli, di un’attrice, a parlare di Gaza, il punto è parlare di Gaza, ovunque, continuamente: la società civile non deve smettere di parlare di Gaza finché non accade qualcosa, a costo di apparire stucchevole, a tratti ridondante, tanto più quando si ha l’opportunità di farlo dove si viene ascoltati da molti, a maggior ragione quando l’argomento è fuori contesto e, quindi, magari diventa particolarmente molesto e particolarmente urticante per tutti coloro che non lo vogliono ascoltare. Ecco, quelli sono proprio i momenti in cui è più importante farlo. Oltretutto [e qui ci soffermiamo sulla questione della sostituzione della parola “madrina” con la parola “conduttrice” n.d.r.], questo è il primo anno in cui scompare a Venezia la figura della madrina, che è epiteto ritenuto sminuente, e si lascia il posto alla figura della conduttrice che è colei che invece ha il compito di guidare, di condurre, appunto, le cerimonie del festival e di dare loro un’impronta; quindi, a maggior ragione, a meno che non si tratti di una mera sostituzione lessicale volta a evitare le polemiche da politicamente corretto, quest’anno più che mai, è giusto che chi conduce il festival possa farsi portavoce del messaggio che la società civile ha più urgenza di gridare. Emanuela, purtroppo non abbiamo più tempo per i distinguo. Non abbiamo proprio più tempo, in generale.” Direi di aver trovato una risposta alle domande precedenti: sì, citare Gaza al discorso di apertura del Festival sarebbe stato inopportuno. Sarebbe stato meravigliosamente inopportuno ricordare a tutte quelle persone vestite a festa che c’è un posto in cui la gente non festeggia più. E no, Emanuela Fanelli non sarebbe nemmeno risultata ipocrita a farlo nel suo scintillante abito, perché avrebbe potuto insistere proprio sull’incongruenza fra il contesto in cui si trova lei e quello in cui invece si trovano i palestinesi, sull’imbarazzo che, come lei stessa ha ammesso, ha giustamente provato e che forse non tutti i partecipanti alla kermesse stavano provando…ecco, sarebbe stato perfetto far sentire tutti in imbarazzo, almeno un po’, e rammentare loro che quella del cinema di Venezia non è una festa, ma una mostra e, dunque, ciò che viene sempre messo in primo piano (dagli abiti, alle pagelle sui look delle celebrità, ai gossip destinati a estinguersi in pochi giorni) ha sicuramente ragion di esistere, ma dovrebbe essere secondario, e che la cosa davvero fuori luogo è proprio la leggerezza di questi giorni, non i discorsi su Gaza.

Ciò detto, anche io, come Gentili, penso che Emanuela Fanelli sia una persona molto sensibile e attenta al mondo che la circonda e che abbia un modo tutto suo di smascherare e ridicolizzare l’ipocrisia (ne abbiamo avuto una brillante dimostrazione nel programma di Rai2, Una pezza di Lundini). Proprio per questo sono sicura che le sue parole non sarebbero state un mero slogan, non sarebbero state dette tanto per dire, come quelle di molti altri. È vero: troppi personaggi si riempiono la bocca di sproloqui costruiti, si atteggiano a grandi attivisti e si mostrano nell’atto di portare avanti battaglie importanti solo per una questione d’immagine e di tornaconto personale; perciò i dubbi che Fanelli ha espresso in merito alla sua eventuale inadeguatezza sono più che comprensibili e sicuramente partoriti da una persona che sposa genuinamente la causa, ma il timore di mescolarsi agli ipocriti e agli esibizionisti non avrebbe dovuto prendere il sopravvento, anche a costo di sembrare stucchevole. Basti, però, leggere un estratto del suo discorso di apertura di Venezia82, un discorso lucido, penetrante, il cui unico difetto, in fin dei conti, sta nel fatto che sia tutto implicito, lasciato intendere, per capire che, sicuramente, non lo sarebbe sembrata affatto:” […] Al cinema noi mandiamo la nostra versione umana migliore perché gioiamo per felicità di altri come fossero le nostre e soffriamo per dolori di estranei, che tra l’altro non esistono, come fossero i nostri […]. Pensate che bello se noi avessimo lo stesso grado di empatia anche nella vita quotidiana, se noi riuscissimo a portare anche fuori dalle sale quei “noi” lì, se noi fossimo sempre quelle persone che esultano per i successi altrui e soffrono per le tragedie altrui e sentono sempre le vite degli altri come se fossero le proprie. Io penso che sicuramente vivremmo un momento storico migliore e, soprattutto, sarebbe più facile e meno ingiusto stare al mondo, e invece…”.